La Fondatrice

Madre Isabella de Rosis appartiene a quella schiera di anime elette, che, nel secolo scorso, diedero vita a non pochi Istituti Religiosi, dedicati all’educazione cristiana della gioventù.

Nata  il 9 giugno  1842 a Rossano da nobile famiglia, trascorse alcuni anni nel collegio delle Clarisse di Santa Chiara in Napoli, dove concepì le basi della sua vita di donazione e maturò la vocazione religiosa. Svolse a Rossano un intenso apostolato per la diffusione del culto al Sacro Cuore di Gesù, di cui era molto devota.

Superato il forte contrasto con i familiari, si orientò verso la Congregazione delle Figlie della Carità, ma le sue condizioni di salute non le consentirono di seguire quella strada. Nel 1875, dopo non poche difficoltà, fondò a Napoli l’Istituto delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore e nel 1906 ottenne il decreto di lode.

La sua salute era precaria, fu sempre sorretta da una non comune forza di animo. Ebbe un carattere forte ed una volontà tenace, che le consentirono una intensa attività spirituale e apostolica. Benché di ricca e nobile famiglia, visse nell’umiltà e nella povertà, sull’esempio di Gesù. Nei Ricordi, n, 29, scrive: “ In cielo sapremo i nostri titoli di nobiltà, e colui che avrà eletto d’essere quaggiù il più povero e il più sconosciuto per amore di Dio, sarà allora il primo, il più nobile ed il più ricco”.

Rigida con se stessa,  volle che anche le sue religiose seguissero un tenore austero di vita. Morì nella casa madre di Napoli l’11 agosto 1911.  La devozione al Sacro Cuore segna l’iter spirituale, percorso dalla de Rosis. La devozione, intesa e integralmente praticata, è un mezzo efficace di perfezione e di santificazione, come riconoscono i numerosi documenti pontifici da Pio IX a Giovanni Paolo II. Sviluppa infatti nell’anima l’amore per il Signore, che ci amò fino all’immolazione sulla croce. Frutto di tale amore sono l’esercizio delle virtù, la preghiera, la consacrazione e la riparazione delle offese, che tanti uomini, con il peccato arrecano, al Cuore di  Cristo. Visse non per sé, ma per il Signore e per la salvezza delle anime, nello sforzo continuo di dimenticare se stessa per piacere solo a Dio, mantenendo il suo cuore libero da tutte le cose terrene, unicamente occupata nel pensiero di servire Dio.

Volle essere “vittima di amore”, per riparare le innumerevoli offese recate dagli uomini alla bontà infinita di Dio.

L’anima della riparazione è l’amore, che fa portare la croce, insieme a Gesù, senza sentire il peso, anzi con gioia. A questo ideale volle che fosse legato il suo Istituto, denominandolo appunto Suore Riparatrici del Sacro Cuore.